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 13/03/2000: Mancano le prove ma non le note
Inviato da: lapsus
Fonte: Tempo Medico

LA MUSICA NON ALLEVIA SOLO LE SOFFERENZE DELL’ANIMA: TALVOLTA PUO‘ CURARE ANCHE QUELLE DEL CORPO

Mancano le prove ma non le note

box: Come avvicinarsi alla musicoterapia

Anche se non è vero che la musica di Ludwig van Beethoven combatte lo stress, i ritmi musicali hanno un effetto sull'attività del cervello, che talvolta può riflettersi sul recupero di alcune funzioni. I bimbi ricoverati nei reparti di terapia intensiva neonatale crescono più in fretta, le donne in travaglio provano meno dolore, le vittime di un ictus riprendono a camminare con maggiore facilità: il segreto? Sarebbe nella musica. All'ultimo congresso mondiale di musicoterapia svoltosi a Washington lo scorso inverno sono state portate diverse testimonianze dell'efficacia di questa presunta terapia. Dal trattamento dei disturbi cognitivi e neurologici al controllo dell'abuso di sostanze e dello stress, fino alla terapia dell'artrite reumatoide e dell'AIDS, gli ambiti in cui la musicoterapia viene utilizzata sono molto vasti. Di fatto, però, questa disciplina non è ancora in grado di produrre una documentazione scientifica esauriente. In altre parole, non esistono oggi quelle prove che la scienza esige. Stanno però cominciando a emergere dati significativi. Al momento dominano soprattutto i casi singoli che, come si sa, non fanno primavera. Come quello di afasia infantile descritto da Gabriela Wagner, insegnante di musicoterapia presso la Facoltà di medicina dell'Università del Salvador, nel libro La nuova musicoterapia (di Rolando Benenzon, Violeta Hemsy de Gainza, Gabriela Wagner, Phoenix editrice, 1999, 241 pagine, 38.000 lire). In seguito a un grave incidente d'auto Jenny (la ragazzina in questione) ha subìto traumi multipli al cranio, alla clavicola e alle coste. Dopo dieci giorni di coma e un mese di terapia intensiva viene dimessa. La riabilitazione motoria procede senza difficoltà e quattro mesi dopo l'incidente una tomografia computerizzata esclude la presenza di lesioni significative. Tuttavia, si rifiuta di ingerire qualsiasi cosa. Le viene diagnosticata una psicosi post traumatica con gravi segni di isolamento e perdita del linguaggio. Neurologi e psichiatri prescrivono psicoterapia, musicoterapia e terapia occupazion! ale. L'inizio è duro: Jenny rifiuta qualsiasi contatto con il mondo esterno. Più tardi si avvicina agli strumenti musicali, attratta non tanto dai suoni che producono, quanto dalle loro forme e dal loro contenuto. A poco a poco riesce a partecipare a una seduta senza provare angoscia. Finché inizia a cantare. I progressi sono lenti ma stabili: passati otto mesi Jenny incomincia le sedute di psicopedagogia e viene inserita in un gruppo di coetanei con cui comunica, si confronta e litiga. Ora ha terminato la terapia prescritta ed è stata inserita in una scuola di recupero. Da questo racconto emerge un dato fondamentale: il musicoterapeuta non lavora mai solo. Un'équipe di neurologi e psichiatri ha prescritto la terapia e ha affiancato alle sedute di musicoterapia altre attività di recupero psicologico. Per poter svolgere bene il proprio lavoro il terapeuta deve avere una preparazione approfondita e interdisciplinare. Perché la musicoterapia è una disciplina che interagisce e riceve importanti contributi sia da scienze mediche, tra cui la psicoanalisi, la neuropsichiatria e la psicopedagogia, sia da discipline come la linguistica, la sociologia e l'etnomusicologia. Di conseguenza, il terapeuta deve possedere gli strumenti per impostare una corretta metodologia di lavoro, e una formazione che faciliti la collaborazione con medici e specialisti.

Una cenerentola in Italia

Come avvicinarsi alla musicoterapia

Sono una trentina le scuole di musicoterapia in Italia, tutte gestite da associazioni private. Alcune hanno sede presso università: alla clinica psichiatrica dell'Università Tor Vergata di Roma, per esempio, si può seguire un corso triennale, mentre l'Università Cattolica, sempre a Roma, offre un corso di perfezionamento in musicoterapia. I corsi di studi hanno una durata che oscilla tra uno e quattro anni. Un elenco dell'offerta si può trovare nel sito web della CONFIAM, la Confederazione italiana delle associazioni di musicoterapia. Un altro sito da segnalare è quello della FIM, la Federazione italiana di musicoterapia. Da più di trent'anni in Europa, nel Nord e nel Sud America esistono diplomi e corsi di laurea specifici. In Italia, invece, la situazione è ancora molto caotica, poiché la figura del musicoterapeuta non ha ancora ottenuto un riconoscimento a livello legislativo. Non esiste un programma di studi riconosciuto e approvato dal ministero, ma proliferano scuole che solo nel migliore dei casi sono riconosciute dalle regioni e che, vista la mancanza di un piano regolatore, organizzano corsi la cui durata può essere di un anno come di quattro. Spesso si pretende di fornire una preparazione adeguata in sporadici incontri nel fine settimana, e si diplomano persone che nonostante la scarsa esperienza possono lavorare nelle scuole, nei consultori e nelle ASL. Poiché non esiste la qualifica di musicoterapeuta, sono assunti come educatori, ma questo non toglie che entrino in contatto con pazienti cerebrolesi, autistici o sordomuti. Quali sono allora le scuole che possono garantire una formazione adeguata per affrontare gravi patologie psichiche o motorie? «La musicoterapia non si può improvvisare» afferma Giovanna Mutti, presidente dell'Associazione italiana studi di musicoterapia. «Occorre apprendere metodologie che devono essere maturate per lungo tempo sulla propria pelle. Bisogna quindi scartare i corsi a carattere episodico e privilegiare le scuole che offrono un monte ore e un piano di studi in linea con i modelli europei». Per esempio, nei paesi di lingua tedesca sono previsti corsi triennali di circa 30 ore alla settimana (32 ore in Austria e 24 in Germania), più un periodo di tirocinio, mentre in Gran Bretagna le 24 ore settimanali sono distribuite nell'arco di quattro anni. «Le domande da parte di scuole, centri e comunità sono numerose» continua Mutti. «Questo conferma l'importanza che viene riconosciuta all'attività del musicoterapeuta, ma la domanda di professionisti può essere soddisfatta solo se l'operatore ha alle spalle lo studio e il tirocinio necessario. Troppo spesso, invece, il suo lavoro è frutto di improvvisazione e di informazione (non formazione) sommaria». Rolando Benenzon, docente della facoltà di musicoterapia di Buenos Aires, per sintetizzare la preparazione pluridisciplinare del musicoterapeuta lo ha descritto come la somma di uno psicologo che ha rinunciato alla verbalizzazione, di un medico che adopera i suoni in luogo dei farmaci, di un musicista che, dimentico del fatto estetico, utilizza la musica nel modo più globale destrutturandola, di un pedagogista e di un insegnante. Secondo il metodo benenzoniano il punto di partenza di ogni seduta di musicoterapia è l'anamnesi psicosonora, ossia una scheda che aiuta a conoscere la storia sonora del paziente, risalendo fino alle esperienze avute nel grembo materno. Il feto reagisce ai suoni e ai rumori che giungono dal corpo della madre, come il ritmo della respirazione o il battito cardiaco, e già al terzo mese di gestazione è in grado di distinguere la differenza tra la voce materna e quella paterna. Occorre ricostruire come sia stata vissuta la gravidanza, se gli ambienti erano tranquilli o rumorosi, se si ascoltava musica o se si parlava al bambino. Bisogna ricordare con quali ninne nanne lo si cullava e da chi erano cantate. E' necessario capire perché il paziente preferisca i ritmi alle melodie, conoscere le sue preferenze musicali e quelle della famiglia. Questa indagine meticolosa è indispensabile per identificare quali relazioni abbia stabilito con suoni e ritmi durante la sua crescita, in modo d! a poterle utilizzare a ragion veduta e sfruttarle per riprodurre nel suo intimo determinati effetti. Solo dopo l'anamnesi psicosonora e dopo aver focalizzato la prassi più adatta al singolo caso, si incominciano le sedute di musicoterapia vere e proprie, mettendo a disposizione del malato gli strumenti che la scheda ha rivelato essere i più adatti. Di solito, durante i primi incontri il musicoterapeuta non interviene e si limita a osservare il paziente, cerca di interpretare la sua postura, i suoi gesti e la scelta degli strumenti per trovare un canale di comunicazione e stabilire un contatto. Al contrario, in alcuni casi è necessario che il musicoterapeuta imponga la sua presenza e convogli su di sé l'attenzione del malato.

Una terapia versatile

Tuttavia esistono diverse metodologie per affrontare una seduta musicoterapeutica e il panorama che si offre allo sguardo di un osservatore è complesso e non molto unitario. All'impostazione di Benenzon, che dà più rilevanza agli aspetti propriamente medici e si avvale delle teorie psicoanalitiche, si contrappone l'esperienza inglese di Juliette Alvin, che pone l'accento sull'elemento artistico, e quella statunitense di Paul Nordoff e Clive Robbins, basata su un tipo di improvvisazione in cui il paziente diventa partner musicale del terapeuta. Altrettanto vasti e articolati sono i campi di applicazione. La musicoterapia è utilizzata nel settore psicopedagogico, dove ha finalità per lo più educative. Lavorando nelle strutture scolastiche si cerca di sviluppare le potenzialità mentali e psicofisiche dei ragazzi, oppure le loro capacità di integrazione. Inoltre, il lavoro con i suoni ha assunto un ruolo preventivo molto importante nella preparazione al parto, aiutando le future mamme ad acquisire una maggiore consapevolezza della loro corporeità e a comunicare con il feto. La musica viene utilizzata anche nel settore socioassistenziale, dove diviene mezzo di socializzazione e favorisce il contatto tra il soggetto e la realtà o il dialogo tra i componenti di un gruppo. In questo caso il terapeuta deve fornire una risposta alle difficoltà dei tossicodipendenti e degli alcolisti, oppure infrangere la solitudine delle persone anziane. Ma l'ambito più importante in cui opera è quello riabilitativo-terapeutico. Anche se gli indirizzi di ricerca sono molteplici e non si riesce a trovare un accordo sulle differenti metodologie di lavoro e di ricerca, la maggior parte degli operatori afferma che si possa intervenire con risultati soddisfacenti sia sui portatori di handicap, sia su persone con disturbi psichici, nei casi di autismo o nel trattamento di bambini audiolesi e non vedenti. L'intervento riabilitativo è più efficace quando è precoce, tuttavia si può lavorare anche con persone adulte. Con le debite differenze. Infatti, se il paziente è un bambino si comincia a costruire insieme a lui una comunicazione sonora non ancora influenzata da successive esperienze ritmico-musicali, mentre nell'adulto bisogna eseguire un'azione regressiva volta a recuperare la storia corporeo-sensoriale passata. Significativo è il lavoro che viene fatto all'Ospedale di riabilitazione IRCCS Santa Lucia di Roma sui pazienti con sindrome post comatosa. «Si tratta di musicoterapia creativa» spiega Jürgen Weckel, responsabile del Laboratorio di musicoterapia dell'ospedale. «L'importanza dell'improvvisazione è fondamentale perché consente al paziente di diventare soggetto attivo e di entrare in contatto con il mondo esterno quando le difficoltà di comunicazione sono ancora grandi. Il primo approccio con il disabile avviene tramite la respirazione: il terapeuta si inserisce sul ritmo respiratorio del malato riproducendone la frequenza e la modalità espressiva, prima respirando con il soggetto e in seguito incominciando a cantare. Solo quando il paziente esce dall'isolamento comunicativo le capacità di memoria e di concentrazione vengono stimolate dal lavoro su alcune melodie. Successivamente vengono introdotti alcuni strumenti musicali per incentivare il malato a esprimere la propria creativ! ità. I risultati della musicoterapia non possono essere misurati con precisione, perché i post comatosi sono sottoposti a diverse terapie al giorno. Tuttavia è indiscutibile che con la musica si riesca a infrangere il muro di silenzio che separa il malato dal mondo».

Silvia Musso

© 2000 Tempo Medico (n. 661 del 15 marzo 2000) Tempo Medico

Web: http://195.191.167.50/salute/default.html



Mon Mar 13, 2000 1:55 pm

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